Viviamo in un tempo in cui ogni spazio vuoto sembra dover essere riempito.

Aspettiamo l’autobus e guardiamo il telefono.
Siamo in fila e controlliamo i messaggi.
Abbiamo cinque minuti liberi e cerchiamo qualcosa da fare.
Saliamo in macchina e accendiamo la musica, un podcast, un video.

Anche il silenzio, ormai, sembra avere bisogno di un sottofondo.

La noia è diventata quasi una condizione da cui fuggire. La viviamo come un vuoto, come qualcosa che manca, come un tempo improduttivo che dovremmo immediatamente riempire.

Eppure, la noia non è affatto un tempo vuoto.

È uno spazio.

E imparare a stare dentro quello spazio può avere un valore enorme, soprattutto per bambini e ragazzi.

Abbiamo dimenticato come ci si annoia

Forse dovremmo partire da noi adulti.

Siamo spesso noi i primi a trasmettere ai bambini l’idea che ogni momento debba essere organizzato, occupato, stimolato.

Le nostre giornate sono scandite da impegni, appuntamenti, notifiche, scadenze e attività. Anche il tempo libero viene spesso programmato: sport, corsi, uscite, intrattenimento, esperienze.

Quando finalmente arriva un momento senza nulla da fare, può emergere una sensazione di disagio.

“Che faccio adesso?”

E quella domanda, apparentemente banale, racconta qualcosa del nostro rapporto con il tempo.

Siamo diventati poco allenati a stare nella dimensione del non fare.

Così, quando un bambino pronuncia la famosa frase:

“Mamma, papà, mi annoio!”

la nostra reazione spontanea può essere quella di cercare immediatamente una soluzione.

“Gioca con qualcosa.”
“Guarda un cartone.”
“Vuoi che ti trovi un’attività?”
“Prendi il tablet.”
“Usciamo.”

In buona fede, cerchiamo di aiutarlo.

Ma forse, qualche volta, potremmo semplicemente rispondere:

“Va bene. Puoi annoiarti.”

La noia è uno spazio che chiede di essere abitato

Quando un bambino non ha un’attività già predisposta, inizialmente può sentirsi spaesato.

Non sa cosa fare.

Ed è proprio qui che può iniziare qualcosa di importante.

La mente, privata di uno stimolo immediato, comincia a cercare.

Un bambino può prendere un oggetto e trasformarlo in qualcos’altro. Può inventare una storia, costruire, disegnare, osservare, esplorare, fantasticare.

Può persino… non fare niente per un po’.

E anche questo ha un valore.

La noia lascia spazio all’immaginazione perché interrompe il flusso continuo di stimoli che arriva dall’esterno e permette al bambino di incontrare maggiormente il proprio mondo interno.

È uno spazio nel quale possono emergere domande, idee, desideri, ricordi e possibilità.

In altre parole, quando non gli diciamo continuamente cosa fare, il bambino può iniziare a chiedersi che cosa vuole fare.

Ed è un passaggio importante verso l’autonomia.

I “tempi morti” non sono affatto morti

Li chiamiamo così: tempi morti.

Ma forse dovremmo cambiare prospettiva.

Un viaggio in automobile senza intrattenimento.
Una coda.
Un pomeriggio senza programmi.
L’attesa prima di un appuntamento.
Qualche minuto trascorso guardando fuori dalla finestra.

Sono momenti apparentemente improduttivi.

Eppure, proprio perché non sono occupati da qualcosa, possono diventare momenti di elaborazione.

La mente ha bisogno anche di pause.

Abbiamo bisogno di momenti in cui non dobbiamo necessariamente produrre, imparare, rispondere, scegliere o consumare contenuti.

Abbiamo bisogno di poter semplicemente stare.

La pausa non è l’opposto dell’attività.

È ciò che permette all’attività di essere sostenibile.

Cosa succede quando un bambino non sa più annoiarsi?

Un bambino abituato a ricevere continuamente stimoli può fare più fatica a tollerare l’attesa e il vuoto.

Ogni momento senza un’attività immediatamente disponibile può diventare frustrante.

E allora arriva la richiesta:

“Cosa faccio?”

Questo non significa che la tecnologia o le attività strutturate siano necessariamente un problema. Il punto è un altro: che spazio lasciamo all’esperienza del non avere qualcosa che ci intrattenga immediatamente?

Se ogni attimo di attesa viene riempito da uno schermo, se ogni pomeriggio è completamente organizzato, se appena compare la noia interveniamo per eliminarla, rischiamo di privare bambini e ragazzi di una palestra importante: quella dell’autoregolazione.

Imparare a stare nella noia significa anche imparare a stare con se stessi.

E questo, crescendo, diventa una competenza preziosa.

La noia può insegnare l’autonomia

Quando l’adulto smette di essere il principale organizzatore del tempo del bambino, qualcosa cambia.

Il bambino è chiamato a fare esperienza delle proprie risorse.

“Che cosa posso inventare?”

“Che cosa mi interessa?”

“Cosa posso fare con quello che ho?”

È così che può svilupparsi gradualmente la capacità di auto-organizzarsi.

Non attraverso un’attività perfetta preparata dall’adulto, ma attraverso la possibilità di sperimentare, sbagliare, cambiare idea e trovare una propria modalità di stare nel tempo.

La noia, quindi, non è necessariamente un problema da risolvere.

Può essere una possibilità educativa.

Anche gli adulti hanno bisogno di annoiarsi

E forse questa è la parte più difficile.

Prima di insegnare ai bambini a stare nella noia, dovremmo chiederci quanto noi adulti siamo capaci di farlo.

Riusciamo a stare qualche minuto senza prendere il telefono?

Possiamo aspettare senza cercare immediatamente uno stimolo?

Sappiamo sederci senza sentirci in colpa perché “dovremmo fare qualcosa”?

Riusciamo semplicemente a guardare fuori dalla finestra?

I bambini imparano moltissimo attraverso l’osservazione.

Se vedono adulti che riempiono ogni spazio, che controllano continuamente lo smartphone e che vivono il tempo vuoto come qualcosa di insopportabile, è naturale che possano interiorizzare lo stesso modello.

Educare alla noia significa allora anche restituire valore al nostro rapporto con il tempo.

Riscoprire il piacere di non avere nulla da fare

Forse non abbiamo bisogno di riempire ogni spazio.

Forse alcuni spazi hanno bisogno di rimanere vuoti.

Perché è proprio nel vuoto che può comparire qualcosa che non avevamo programmato.

Un’idea.

Una fantasia.

Una conversazione.

Un ricordo.

Un desiderio.

Una domanda.

O semplicemente il piacere di stare.

La prossima volta che tuo figlio ti dirà:

“Mi annoio!”

prova a non viverlo immediatamente come un problema da risolvere.

Puoi lasciargli quello spazio, fidarti delle sue capacità, accompagnarlo senza riempire al posto suo ogni minuto.

Perché la noia, quando smettiamo di combatterla, può trasformarsi in uno spazio di scoperta.

E forse è proprio questo che abbiamo bisogno di ricordare anche noi adulti:

non tutti i momenti devono essere utilizzati. Alcuni devono semplicemente essere vissuti.

Ed è proprio lì, in quei momenti apparentemente vuoti, che a volte possiamo tornare ad ascoltare ciò che dentro di noi continua a parlare.


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