La capacità di rilettura

La capacità di rilettura

La via esistenziale dell’Odissea di Nolan

Se ne parla ovunque sui social, in positivo, in negativo, cercando tutti i difetti possibili, criticando senza minimamente riflettere, lodando nel medesimo modo. Ultimamente ben pochi film hanno avuto lo stesso impatto sociale e mediatico de L’Odissea di Nolan. Cinema pieni nel mese di luglio anche durante la settimana, post ovunque, podcast a profusione. Un successo davvero inaspettato in un’epoca, come la nostra, dove sembra che i classici della letteratura non trovino più posto nella vita frenetica degli esseri umani.

La scuola tende sempre più verso la tecnicizzazione del sapere, trascurando in modo irreparabile le discipline umanistiche, mettendo in secondo piano l’educazione dell’umano. La sensibilità che solo queste discipline possono affinare dentro di noi viene ritenuta inutile ai fini della crescita di una popolazione produttiva ed efficiente, invitata a impostare la propria vita in modo superficiale e materialista.

Poi arriva Nolan e riempie le sale con un film tratto da un’opera composta quasi tremila anni fa.

È un paradosso solo apparente. I grandi classici non sopravvivono perché appartengono al passato, ma perché continuano a parlare al presente. Ogni generazione, se vuole davvero comprenderli, deve imparare a rileggerli. Ed è proprio questa la capacità di rilettura: andare oltre la semplice trasposizione di un testo, oltre la fedeltà letterale, per cogliere ciò che quell’opera può ancora dire all’uomo di oggi.

Molte delle critiche rivolte al film sembrano fermarsi alla superficie. C’è chi si domanda perché un personaggio sia stato modificato, perché una scena sia stata eliminata, perché un episodio sia stato reinterpretato. Ma una domanda più interessante è un’altra: perché un regista contemporaneo dovrebbe limitarsi a portare sullo schermo un libro che esiste già? Se lo scopo fosse soltanto conoscere l’Odissea, basterebbe aprire il poema di Omero e leggerlo.

Il cinema, come ogni forma d’arte, ha invece il compito di dialogare con il proprio tempo. Non di ripetere il passato, ma di farlo risuonare nel presente.

La rilettura è proprio questo. Lasciare intatta l’opera nella sua grandezza e, allo stesso tempo, utilizzarla come uno specchio nel quale osservare noi stessi. Non tradire il classico, ma permettergli di continuare a vivere.

L’Ulisse di Nolan non porta soltanto sulle spalle il peso della guerra di Troia. Porta il peso di una crisi esistenziale. È partito da Itaca come re e uomo ben consapevole di stesso; dopo dieci anni di guerra e tutto ciò che ha visto, tutto ciò che ha fatto e vissuto, non sa più chi sia.

Per questo il ritorno diventa impossibile.

Non è il mare a impedirgli di tornare. Non sono gli dèi. È lui stesso.

Come può tornare a casa chi ha smarrito la propria identità? Come può riabbracciare i propri affetti chi non riconosce più nemmeno se stesso?

L’Odissea, allora, smette di essere soltanto il racconto di un viaggio per mare e diventa il racconto del viaggio più difficile: quello interiore. Ogni isola, ogni “mostro”, ogni tentazione rappresentano una tappa della ricerca di sé. Ulisse non deve semplicemente raggiungere Itaca; deve capire chi è diventato dopo tutto ciò che ha passato. Solo allora il ritorno sarà davvero possibile.

Ed è forse proprio qui che il film rivolge il suo messaggio alla nostra civiltà.

Viviamo in un tempo che sembra aver perso i propri punti di riferimento. Una società attraversata da crisi culturali, sociali ed esistenziali, nella quale si corre continuamente senza sapere bene verso quale meta. Anche noi, come Ulisse, rischiamo di accumulare esperienze, successi, fallimenti, guerre interiori, fino a dimenticare chi siamo davvero.

La domanda che il film sembra porci non riguarda soltanto il destino di un uomo, ma quello di un’intera civiltà. Una civiltà che appare in declino, destinata forse a morire nella forma che oggi conosciamo. Ma ogni fine contiene anche la possibilità di una rinascita.

Quando risorgeremo, chi diventeremo?

Ripeteremo gli stessi errori, dimenticando gli orrori che ci hanno condotti fin qui? Oppure sapremo farne memoria per costruire un’umanità diversa, più consapevole, più autentica?

Sono interrogativi che nessuna trasposizione letterale potrebbe suscitare con la stessa forza, perché appartengono al nostro presente.

Ecco perché la capacità di rilettura è così preziosa. Essa non consiste nel cambiare arbitrariamente un’opera, ma nell’avere il coraggio di lasciarsi interrogare da essa. Il classico smette di essere un monumento da conservare e diventa un interlocutore vivo, capace di mettere in discussione le nostre certezze.

Forse è proprio questo il motivo per cui continuiamo a raccontare l’Odissea dopo quasi tre millenni. Non perché abbiamo ancora bisogno di sapere come finisca il viaggio di Ulisse, ma perché ciascuno di noi, prima o poi, scopre di dover affrontare la propria “odissea”.

La vera domanda non è quanto il film di Nolan sia fedele a Omero.

La vera domanda è se, uscendo dalla sala, siamo disposti a iniziare il nostro viaggio.

Perché Itaca non è soltanto un luogo verso cui tornare. È quella parte di noi che possiamo ritrovare solo dopo aver avuto il coraggio di attraversare l’ignoto mare della nostra esistenza.


2 risposte a “La capacità di rilettura”

  1. Avatar Wilm
    Wilm

    Grazie Vale per questo bellissimo articolo. Andrò a vedere il film con queste tue parole -che mi risuonano molto – sullo sfondo (dello schermo) Wilma

    1. Avatar Valentina Tettamanti

      Grazie a te per averlo letto e per l’apprezzamento

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